#Micromeraviglie: un piccolo libro di poesie così lontane, così vicine..

16 centimetri per 10, quaranta pagine scritte in caratteri piccoli, stampati nel 1959 da quell’editore visionario  che fu Giovanni Scheiwiller,, creatore ( è il caso di dirlo della collana “All’insegna del Pesce d’oro”. Già nel formato il libro dichiara la coraggiosa libertà di Scheiweller, nella scelta di ciò che egli sceglieva per la sua linea editoriale. POESIE degli indios PIAROA ( Testo introduttivo  a cura di Giorgio Costanzo , tratto dalla seconda edizione nel 1959 per i tipi di “All’insegna delPesce d’oro, Milano”) è ancora oggi un titolo fuori dagli schemi; la bellezza struggente della poesia è introdotta da un breve testo di Giorgio Costanzo, tra i pochi a conoscere sul campo e a narrare le culture Amazzoniche, che risulta di grande attualità per il respiro che lo caratterizza. Già  nell’incipit  “ nessuna attività dell'uomo (e la poesia è una delle tante) conserva il suo senso definitivo se esaminata fuori del mondo di valori culturali di cui è parte.”  l’autore leva dalle secche dell’antropologismo occidentale la riflessione su quella cultura lontana, per incardinarla in una visione del mondo inclusiva ed archetipale.
Poesie degli indios Piaroa. A cura di Giorgio Costanzo ( 1959 )

16 centimetri per 10, quaranta pagine scritte in caratteri piccoli, stampati nel 1959 da quell’editore visionario  che fu Giovanni Scheiwiller,, creatore ( è il caso di dirlo della collana “All’insegna del Pesce d’oro”. Già nel formato il libro dichiara la coraggiosa libertà di Scheiweller, nella scelta di ciò che egli sceglieva per la sua linea editoriale. POESIE degli indios PIAROA ( Testo introduttivo  a cura di Giorgio Costanzo , tratto dalla seconda edizione nel 1959 per i tipi di “All’insegna del Pesce d’oro, Milano”) è ancora oggi un titolo fuori dagli schemi; la bellezza struggente della poesia è introdotta da un breve testo di Giorgio Costanzo, tra i pochi a conoscere sul campo e a narrare le culture Amazzoniche, che risulta di grande attualità per il respiro che lo caratterizza. Già  nell’incipit  “ nessuna attività dell’uomo (e la poesia è una delle tante) conserva il suo senso definitivo se esaminata fuori del mondo di valori culturali di cui è parte”  l’autore leva dalle secche dell’antropologismo occidentale la riflessione su quella cultura lontana, per incardinarla in una visione del mondo inclusiva ed archetipale. 

I linguaggi dell’arte Amazzonica mi affascinano, e da tempo cerco di conoscerli in modo più esaustivo (1) avere inoltrato  il dott. Alberto Quartapelle, profondo conoscitore di quelle culture, mi sta aprendo nuovi e suggestivi orizzonti. E’ lui che mi ha segnalato questa micromeraviglia, e penso sia giusto condividerne i contenuti. Ecco il testo introduttivo di Carlo Costanzo .

  1. si veda https://www.tribaleglobale.it/arte/amazzonia-le-maschere-anarchiche-amazonia-the-anarchist-masks/ e https://flic.kr/s/aHBqjAkbxX

POESIE degli Indios PIAROA ( Testo introduttivo  a cura di Giorgio Costanzo , tratto dalla seconda edizione nel 1959 per i tipi di “All’insegna delPesce d’oro, Milano

La mitologia cinese parla d’un gigante che per imitare il creatore s’era messo in testa di fabbricare una stirpe di uomini tutta sua e, tanto per incominciare, aveva preso un povero diavolo e lo aveva diviso in tutte le sue parti osservando con zelo ogni minimo ossicino, ogni venuzza, ogni nervo. Il gigante aveva saputo cosi moltissime cose sul corpo umano ma quando si accinse a ricomporre l’uomo si accorse che l’uomo era scomparso, la sua immagine era svanita: e dalle sue mani, in mille pazienti tentativi, non uscivano fuori che orrendi mostri.

La condotta del gigante cinese ricorda il peccato quotidiano di molti studiosi di scienze umane ed è quindi opportuno ricordare che nessuna attività dell’uomo (e la poesia è una delle tante) conserva il suo senso definitivo se esaminata fuori del mondo di valori culturali di cui è parte. Ciò perché tale mondo di valori non è una somma di entità definite e isolabili ma un sistema armonico ed integrato. Il più attento esame delle poesie che seguono porterebbe certo a conclusioni errate se non venisse orientato da un breve cenno sul modo d’essere complessivo di quella remota società di uomini presso cui esse sono maturate.

La tribù degli indios Piaroa vive in una selvaggia terra ancor oggi per lo più inesplorata, tra la Guiana esterna e l’alto Orinoco. Ambiente tropicale:foreste fitte e putride, savane pallide, blocchi di granito nero lucidi e tondeggianti come schiene d’elefanti, fiumi limpidi. Trattasi d’un habitat aperto ad ampie possibilità di modellamento culturale che ha permesso il formarsi (o il mantenersi) di società umane di tipo molto diverso da quella Piaroa. I Piaroa sono piccoli ma ben costruiti, hanno gli occhi a mandorla e molto dolci, i capelli neri e lisci, la pelle fortemente abbronzata. In essi è vivo l’elemento asiatico, comune alla maggior parte degli amerindi, ma un complesso di distinzioni culturali li qualifica «indipendenti» e non si esclude che essi rappresentino l’elemento residuo d’un tipo umano paleoamericano (precedente alle razze che oggi prevalgono nelle terre peri-amazzoniche) spinto molti secoli or sono nella attuale sede dall’urto con popolazioni più forti in fase espansiva. La personalità culturale Piaroa, organizzata

dall’eccitazione di forze storiche remote che a noi totalmente sfuggono, era probabilmente già formata e definita prima che la tribù si chiudesse nell’attuale habitat. Naturalmente, influssi di civiltà prossime (in ispecie di quella delle tribù caribiche) sono evidenti nella società Piaroa soprattutto circa quei dati che per loro natura sono transattivi come la fattura delle più comuni suppellettili, le modalità degli scambi commerciali, il sistema della pesca, ecc. Ma è certo che la tribù continua a rivelare oggi una sostanziale unità culturale che la differenzia dalle altre tribù indiane e che non sembra determinata da sollecitazioni ambientali (data la relativa neutralità dell’ambiente) bensì, come ho detto, da irrilevabili ragioni storiche.

Possiamo rinunciare ad occuparci di ciò che i Piaroa hanno costruito in relazione alla loro vita materiale che è veramente fatta di nulla. I Piaroa sono nudi e non hanno tecnica; le loro grandiose capanne emisferiche, in cui vive un intero clan di venti, trenta famiglie, sono arredate soltanto da amache e sgabelli (piccolissimi e d’un sol pezzo).

Questa inconsistenza di beni materiali ha suggerito, ai rari bianchi in contatto con i clan più accessibili della tribù, un severo giudizio di apatia.

Non posso condividere questo frettoloso apprezzamento: i Piaroa non sono ammalati d’apatia più di quanto lo siano tutti i popoli equatoriali. Comunque l’apatia è un fattore frenante che può annullare uno stimolo ma non rafforzarlo; e la società Piaroa è troppo ricca di valori positivi per considerarla risultato d’un complesso d’impulsi frenati!

I Piaroa non uccidono e non fanno la guerra; nessuna reminiscenza guerresca affiora nelle loro leggende. Essi non lottano, non rubano, non mentono, non litigano. Nell’organismo sociale da essi composto non si notano né disuguaglianze né privilegi. Non esistono tribunali né giudici: l’autogoverno ed il giudizio della coscienza (operante fino a determinare il suicidio) sono la sola legge Piaroa. La fede religiosa si concentra su un essere supremo, ma il culto esterno è ridotto a espressioni minime e lo stregone è soltanto un instancabile e modesto uomo-medicina sempre vigile nella cura dei suoi cotribalidi. La vera molecola sociale su cui si fonda il mondo Piaroa è la famiglia: padre, madre, uno, due figli tutti uniti da un ferreo vincolo morale affettivo. Il divorzio esiste solo nei rarissimi casi di adulterio e donne e uomini vivono in assoluta parità di diritti e doveri. L’educazione dei bimbi è basata sull’esempio e per essi non esistono correzioni e castighi fisici poiché il rapporto d’urto è escluso dai

modi Piaroa.

L’assenza di moti violenti è il fattore che tonalizza l’intera struttura della società di questi miti indios del Venezuela. Se tutti gli atti di una collettività Piaroa si potessero sovrapporre essi rivelerebbero un punto d’identità, una coincidenza, un comune denominatore: la non-violenza; qualcosa di meno, nella gerarchia delle idee morali, dell’armonia attiva generatrice del bene 

edificante: ma certo qualcosa di più del vitalismo brutale e istintivo che caratterizza tanti aspetti della nostra orgogliosa società di uomini bianchi.

Tale tratto dominante (la non-vio-

lenza) appare non solo in tutte le articolazioni culturali ma anche nei minimi atteggiamenti esteriori, nel cosiddetto «modo di fare» dei Piaroa.

I Piaroa hanno «stile». Camminano con passo elegante e morbido, parlano poco ed a bassissima voce, non gesticolano mai, non manifestano reazioni di meraviglia, di sorpresa, di paura, dominano ogni impulso emotivo e non cadono in abbandoni grossolani. Se per caso si urtano, procedendo per un sentiero o giocando con la loro palla di foglie di palma o prendendo posto nella canoa, subito si chiedono scusa sorridendo e toccandosi il braccio, affrettandosi insomma a cancellare l’ombra del piccolo incidente con un atto gentile. Una identica amabilità è riservata

alle piante ed agli animali cui i Piaroa rivolgono lunghi, rispettosi monologhi e che sacrificano solo alle strette esigenze della loro vita.

Questo civismo, questa gentilezza di comportamento non riescono tuttavia a nascondere il profondo egocentrismo dei Piaroa. Il Piaroa è solo in se stesso e i suoi raffinati schemi di convivenza rappresentano forse il grado ultimo dell’isolamento individuale attuato nella consapevolezza degli altri. Nessun dato della società Piaroa rivela impulsi di forte solidarietà umana:

(ad esempio, si nota una totale indifferenza del gruppo di fronte ai casi di suicidio) e in nessuna circostanza il gruppo come tale sembra esercitare influenze decisive sull’attività dei singoli. Ogni Piaroa è legato agli altri da forze che sembrano esterne alla sfera dell’individuo (in fisica si direbbero forze di tensione superficiale); egli è insomma portatore di un proprio mondo personale cui affetti e socialità assicurano il necessario equilibrio nell’universo, ma che in fondo (e in ciò è lecito ravvisare il vuoto d’una civiltà  cui è mancata l’esperienza cristiana):resta un’entità a sé stante, destinata a vivere, raffreddarsi e spegnersi nella solitudine.

Coerenti all’indirizzo individualistico della loro società, i Piaroa scelgono, come tema della loro arte, il mondo individuale; le loro poesie sono soprattutto volte alla rivelazione di personalità determinate e dei fenomeni interni ad esse, in ogni poesia vi è un nome proprio, un cuore che batté, la creatura risalta ál centro dell’universo con le sue ansie intime, i suoi sentimenti, le sue esperienze personali, la sua incomunicabile essenza.

Le poesie che seguono sono state da me raccolte durante la spedizione guiano-amazzonica del 1956 con la collaborazione di un paziente interprete ed in momenti molto diversi; ciò perché i Piaroa non dicono poesie a comando. Avviene che, all’improvviso, mentre un gruppetto è occupato a pescare o a mondar la yuca o a cucinare un pappagallo o semplicemente a dondolarsi sulle amache, un Piaroa si isoli dagli altri, più nel contegno che materialmente, e cominci a mormorare una fitta cantilena variamente cadenzata, interrotta, ripresa, affannosa o languida, tremolante o fluida, soffiata a fior di labbra o gargarizzata in fondo alla gola. Allora l’interprete deve avvicinarsi distrattamente, come seguendo pensieri lontani; e, poco alla volta, la poesia mormorata dal Piaroa si ricostruisce in una lingua comprensibile. La registrazione è facilitata dal fatto che ogni poesia è ripetuta insistentemente, ogni verso, spesso una sola parola sono ripetuti in toni e con accenti diversi secondo l’apparente capriccio del dicitore. Notai, ad esempio, che durante un viaggio in canoa sul fiume Parguaza un ragazzo Piaroa scandiva la sua cantilena poetica, tutta dedicata all’amore e alle farfalle rosse (la poesia fa parte della presente raccolta) sul tonfo delle pagaie nell’acqua del fiume, accordandosi su quella cadenza e quasi arrendendosi alla magia del ritmo.

La lingua che i Piaroa usano in poesia è quella di sempre; e sembra che le parole e le frasi vi si susseguano con l’ordine del linguaggio corrente distaccandosene per l’accennate cadenze e per il contenuto lirico. Il componimento poetico non ha autori determinati ma è il risultato dell’attività creativa di molti individui in tempi diversi. Chi dice una poesia la modifica secondo il suo estro: ma nonostante il continuo rimodellamento essa conserva una sua unità basata sul tema centrale che è poi il tema «permanente» ossia quello maggiormente condiviso dagli individui del clan. Da notare che ciò avviene presso tutti i popoli detti primitivi: presso i quali tuttavia l’arte, non solo la poesia, pigramente ripetuta nelle forme più gradite al gruppo, si cristallizza in immagini simboliche, comode ed impersonali, dietro le quali l’Io affiora appena, esangue ed inoperante

(canti di guerra, lamenti funebri, strofe d’amore in chiave corale ecc.).

Preciso che le poesie della presente raccolta sono state scelte tra le altre per una maggiore corrispondenza al nostro ordine di sensibilità e sono state «tradotte» ossia adattate alle esigenze

particolari del nostro gusto e della nostra lingua (eliminate le ripetizioni, chiarite alcune posizioni psicologiche tipiche dell’anima Piara, regolati i verbi secondo il nostro senso del tempo,’ ecc.). Ciò nonostante esse conservano intatti i caratteri originali e costituiscono un fragrante documento della vita di una delle più sperdute e misteriose famiglie umane. I Piaroa sono circa 3000 e si estinguono rapidamente.

Tra circa trent’anni, nell’ultima capanna Piaroa il fuoco dell’aspro cassave si spegnerà per sempre: la selva dell’Orinoco avrà perso i suoi sorridenti poeti.

GIORGIO COSTANZO

I. Nella lingua Piaroa ogni idea è esposta al presente; non tanto per insufficienza linguistica quanto per una soggettiva interpretazione del tempo che per i Piaroa è come «spazializzato».

I fatti di ieri e di domani formano infatti nella mente Piaroa una stessa immagine compatta del mondo, con la foresta e i fiumi.

  1. Se tu mi guardi
    sono come la farfalla
    rossa;
    se mi parli
    sono come il cane che ascolta.
    Se m’ami
    sono il fiore che si scalda
    tra i tuoi capelli.
    Se mi respingi
    sono come una canoa
    vuota
    che va sul fiume
    e il sasso la spezza.


    Com’è bella la danza dei ragazzi!
    Io, vecchio,
    danzo nell’amaca:
    i miei piedi sono freddi

    Lontano nella selva,
    presso la grande Pietra Nera,
    solo la tigre li scalderà
    col suo fiato.

    Quando sarò morto
    voglio danzare con piedi di bimbo
    davanti alla luna
    quando la pioggia farà lucenti le pietre

        Un giorno
        la luna si fermerà nel cielo.
        I fiori saranno freddi e duri,
        nella selva solo le pietre cresceranno.
        Allora la grande Pietra Nera sarà tutto:
        schiaccerà la capanna
        e tutta la gente Piaroa.

Da Giorgio Costanzo, Poesie degli indios Piaroa, 1959. All’Insegna del Pesce d’Oro