
Tutte le cose dritte mentono. Ogni verità è ricurva, il tempo stesso è un circolo.
(Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra)
Ci sono gesti rituali universali. Recitare il rosario cristiano o il masbaha musulmano agevola la ripetizione seriale di formule sacre, pur presentando differenze strutturali, storiche e teologiche significative. Il rosario fa memoria dei misteri di Gesù e Maria, il masbaha serve per il dhikr (il “ricordo” di Dio). Entrambi si fondano sul potere meditativo della ripetizione serale di numeri e gesti – potremmo chiamala mantra , che non a caso significa letteralmente “strumento del pensiero” (o “veicolo del pensare”), sostantivo maschile derivante dal sanscrito, la lingua sacra dei testi Veda in India. Il termine è composto da due elementi precisi: man-: radice del verbo man (o manas), che significa “pensare” o “mente” (va notato che è la stessa radice indoeuropea da cui derivano il latino mens e l’italiano mente), e -tra: un suffisso sanscrito con valore strumentale, che indica cioè il mezzo o l’oggetto attraverso cui si compie un’azione. Il gesto che attiva il veicolo del pensare – inteso come concentrarsi ( tornerò sull’uso di questo verbo) – avviene sgranando forme sferiche od ovalizzate, con un movimento che non è lineare ma rotatorio.
Osservate ora questo oggetto, da poco entrato nella collezione Tribaleglobale: è una ruota di preghiera portatile (o mani chak), un tradizionale strumento devozionale tibetano. È composta da un cilindro girevole in osso, montato su un manico; Il mantra inciso sulla superficie esterna di questa ruota di preghiera è il celebre “Oṃ Maṇi Padme Hūṃ“ (ॐ मणिपद्मे हूँ). Scritto in caratteri tradizionali tibetani, è il mantra più sacro del buddismo tibetano, associato a Chenrezig (Avalokiteśvara), il Bodhisattva della Compassione.
Letteralmente viene spesso tradotto come “Il gioiello nel loto”, ma il suo significato spirituale profondo è legato alla trasformazione interiore e si scompone nelle sue sei sillabe:
- Oṃ (ॐ): Rappresenta il corpo, la parola e la mente del praticante che, da impuri e legati alla sofferenza terrena, aspirano a trasformarsi nel corpo, nella parola e nella mente puri di un Buddha.
- Maṇi (मणि): Significa “gioiello”. Simboleggia il metodo altruistico, l’intenzione generosa di raggiungere l’illuminazione, l’amore e la profonda compassione per alleviare la sofferenza di tutti gli esseri viventi.
- Padme (पद्मे): Significa “loto”. Il fiore di loto affonda le radici nel fango ma fiorisce immacolato sopra l’acqua; simboleggia la saggezza, che permette di comprendere la vera natura della realtà rimanendo puri in mezzo alle avversità del mondo.
- Hūṃ (हूँ): Rappresenta l’indivisibilità e l’unione perfetta tra il metodo (la compassione/altruismo) e la saggezza. Questa stabilità pura non può essere scossa da nulla
All’interno del cilindro è custodito un rotolo di carta o pergamena stampato con migliaia di preghiere.
Nella tradizione buddista tibetana, far girare la ruota equivale a recitare verbalmente i mantra in essa contenuti, diffondendo benedizioni di pace e compassione.
Torna anche in questo caso, come per i rosari e per una imponente quantità di gesti rituali, la figura del cerchio ed il suo molteplice significato simbolico ; rimanda alla Perfezione e all’ Assoluto: non avendo né un inizio né una fine, rappresenta l’infinito, l’eternità e l’unità primordiale del cosmo; è spazio sacro e di protezione in una molteplicità di culture e di comunità: in alcune di esse, tracciare un cerchio serve a delimitare uno spazio sacro e a proteggere il praticante da influenze o energie negative esterne; Richiama i cicli vitali, le stagioni, il sole, la luna e il movimento eterno del tempo, in antitesi al tempo lineare; per Carl Gustav Jung, il cerchio è l’archetipo della totalità psichica e del processo di individuazione, ovvero l’equilibrio interiore dell’individuo.
Tornando al verbo concentrarsi, precedentemente usato per definire la modalità esistenziale che si assume pregando e più in generale quando si ha necessità di andare nel profondo di se, è utile ricordare che Centro deriva dal latino centrum, a sua volta preso a prestito dal greco antico κέντρον (kéntron), che indicava originariamente il pungiglione, la punta del compasso o qualsiasi oggetto appuntito. Quando il cerchio ha un punto al centro, simboleggia l’unione tra il microcosmo (l’individuo/il punto) e il macrocosmo (l’universo/la circonferenza), oltre a rappresentare l’oro alchemico e il principio solare. Ne ho già scritto ( https://www.tribaleglobale.it/newsletter/la-quadratura-del-cerchio/ ) ma mi piace ritornarci su perché trovo questa forma illuminante e utile da considerare, appiattiti come siamo sulla scansione lineare del tempo, angosciosamente e stupidamente limitata, perché non considera il prima e il dopo, la memoria e il futuro. Per fortuna, il tempo scorre in modo circolare…
Giuliano Arnaldi, Onzo 3 novembre 2026