
Immaginate una devozione profonda, per le proprie radici e la propria fede. Oggi sono entrambi modi di essere desueti, o peggio strumentalizzati per interessi egoistici; fino a poco tempo fa erano diffusi, e davano forza alle persone e alle comunità.
Immaginate la voglia di viaggiare ( o la necessità di emigrare…), che porta naturalmente con se la nostalgia delle origini. Ed ecco che quello che chiamiamo arte inizia a prendere corpo; abbiamo bisogno di alimentare i ricordi, e lo facciamo grazie ad immagini. Pensiamo immagini, esse vanno dirette dentro il nostro complesso sistema neuro fisiologico, e creano stati di coscienza. Ed allora chi viaggia, da sempre, porta con se un oggetto che gli ricordi chi è, da dove viene. Spesso è un talismano o un amuleto (1), quasi sempre è in qualche modo la sintesi reliquiale di un sistema di affetti e valori nei quali si è cresciuti, ed è un manufatto artistico.
Non è quindi un caso che le Chiese, ed i loro Campanili, siano da sempre cifra identitaria nella quale riconoscersi. Fino a poco tempo fa lì si veniva presentati alla Comunità, li ci si accomiatava da essa. Le loro campane scandivano il tempo, i loro parafulmini aiutavano a scongiurare i danni provocati dalle forze ancestrali della natura. E chi partiva ne portava con se l’immagine, per farsi coraggio nell’affrontare una diversità ignota, con preoccupazione e speranza.
Immaginate una tecnologia raffinatissima e complessa, figlia dell’intelligenza naturale ed associata ad antichi saperi altrettanto impregnati di creatività e competenze che rimbalzano da una parte all’altra del mondo, al servizio sia della tradizione che della innovazione.
La storia che vi racconto oggi è una testimonianza sorprendente di questo grumo di emozioni, di tradizione e di contaminazioni. Raramente mi è capitato di trovare una simile sintesi simbolica di storie personali e di tradizioni culturali in un unico oggetto, una vera micromeraviglia.
Le principali persone coinvolte sono diverse; c’è un viaggiatore, di cui purtroppo non so nulla se non che probabilmente fu Biellese, un formidabile artigiano indiano, probabilmente del Rajasthan, ed una altrettanto formidabile coppia di viaggiatori, che ben conosciamo e a cui dobbiamo molto, Paola e Giuseppe Berger. Sono loro ad aver riportato in Italia l’oggetto che mi accingo a narrarvi, che scovarono in uno dei tanti viaggi che fecero in India .
L’oggetto in questione è in avorio, è lungo circa 14 cm e composto da due parti che si avvitano. Finemente scolpito con i tipici motivi iconografici indiani, probabilmente era un agoraio, oggetto tipico dell’artigianato artistico inglese tra il XIX e il XX secolo. Normalmente gli agorai venivano realizzati in argento dagli argentieri di Birmingham, ed è ragionevole pensare che i colonizzatori inglesi abbiano importato nelle Indie anche questa tradizione formale, declinandola nella materia preziosa così sapientemente lavorata dagli artigiani locali, l’avorio.

Agoraio in argento, Birmingham , metà del XIX secolo
L’oggetto in questione è in avorio, è riprodotto all’inizio di questo testo. E’ lungo circa 14 cm e composto da due parti che si avvitano. Finemente scolpito con i tipici motivi iconografici indiani, probabilmente era un agoraio, oggetto tipico dell’artigianato artistico inglese tra il XIX e il XX secolo. Normalmente gli agorai venivano realizzati in argento dagli argentieri di Birmingham, ed è ragionevole pensare che i colonizzatori inglesi abbiano importato nelle Indie anche questa tradizione formale, declinandola nella materia preziosa così sapientemente lavorata dagli artigiani locali, l’avorio.

Ma il manufatto custodisce un segreto, grazie ad uno scienziato Inglese e poi ad un fotografo, inventore e imprenditore francese. Il primo, Charles Stanhope (1753 -1816) inventò nel 1779 un microscopio formato da una piccola semisfera di vetro crown incollata ad una bacchetta di vetro cilindrica; questa semplice combinazione permette di ottenere degli ingrandimenti molto elevati e venne utilizzata originariamente nell’ambito della biologia. Il secondo René Dargon ( https://en.wikipedia.org/wiki/René_Dagron ) , associò quella lente alle tecniche di microfotografia e fotomicrografia risolvendo il problema delle dimensioni del visore, con l’invenzione di una macchina fotografica microfotografica in grado a produrre 450 esposizioni di circa 2 x 2 millimetri su una lastra al collodio umido di 4,5 x 8,5 centimetri. Il passo seguente, nel 1857, fu la creazione e poi la produzione dei cosiddetti foto gioielli microscopici o bijoux photo-microscopiques ( https://en.wikipedia.org/wiki/Stanhope_(optical_bijou) ; dentro anelli, bracciali o monili come il nostro vennero inserite immagini di luoghi e persone care, e accostando all’occhio il piccolo foro praticato dell’oggetto, posto verso una sorgente luminosa, la suggestione della memoria si rinnovava discreta e impetuosa.
Il nostro oggetto appartiene a quella famiglia di sorgenti della memoria. Qualcuno portò nel cuore l’immagine della Madonna Nera del Santuario di Oropa, e chiese a qualcun’altro, dall’altra parte del mondo, di fabbricare un oggetto che lo aiutasse a ricordare inserendovi all’interno le micro immagini della Madonna di Oropa e del suo Santuario. Sarebbe magnifico conoscere l’intera storia, ma forse è ancora più bello poterla immaginare, farla nostra pensando che l’essere profondo dell’umanità cresce nella diversità tra culture e luoghi, e che la tecnologia, anche la più sofisticata, è inscindibilmente connessa all’intelligenza naturale…
1 ) La parola “talismano” deriva dal persiano ṭilismān (plurale di ṭilism, “figura magica”), che a sua volta proviene dal greco bizantino télesma (τέλεσμα), significante “rito religioso” o “completamento”, passando poi all’arabo ṭilasm e da qui alle lingue europee, indicando un oggetto magico che porta fortuna o allontana il male, spesso decorato con simboli. Amuleto e talismano sono entrambi oggetti magici, ma differiscono per funzione: l’amuleto ha una funzione principalmente protettiva (apotropaica), respingendo il male e la sfortuna (es. il corno rosso), mentre il talismano ha una funzione attiva e propiziatoria, attirando energia positiva, fortuna, successo e potenziando capacità specifiche, spesso creato tramite rituali specifici e legandosi a scopi precisi.e l’uso di portare addosso o di tenere in casa degli oggetti a cui si attribuisce il «potere» di proteggere dal male o di recare fortuna appare tanto antico quanto oggigiorno parecchio diffuso. Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) racconta che alcuni portavano una mosca viva in un fazzoletto al fine di scongiurare una malattia agli occhi (cfr. Naturalis Historia XXVIII,25-29), ma fin dagli albori dell’umanità sappiamo che l’essere umano ha creato una foresta di simboli attorno a se, affinché essi potessero aiutarlo a comprende il grande Mistero nel quale egli era chiaro a vivere. Nella tradizione Cristiana l’oggetto ( ad esempio la Croce, o una immagine sacra, non ha “vita” propria, ma conforto e rinnovo di fiducia nella propria fede.