la favola della materia contro la sabbia della maniera/ the fable of matter against the sand of the manner : FABBRI E FONTANA

E’ una frase attribuita a Guy Debord, e l’abbiamo già evocata anni fa a Casa Jorn a proposito di un altro grande protagonista della stagione dell’arte , Saba Telli..Non a caso amico impegnativo, tra gli altri, di Fabbri e Fontana.

Puo’ essere un vero e proprio format, come si dice oggi. La materia, come il segno, la forma, il colore, il segno,  è  elemento  alfabetico di quell’alfabeto metaforico che appartiene all’essere umano da sempre, l’alfabeto che l’essere umano usa per tentare di governare il Mistero e lasciare una traccia di se. Le neuro scienze ci dicono che pensiamo immagini, e non parole, e che è nella loro evocazione che riusciamo a comunicare con noi stessi e con gli altri, proprio attraverso l’uso di materia, segno, forma, colore. L’evidenza archetipica di un simile linguaggio è ben chiara presso le culture extraeuropee, e non è un caso che i grandi Artisti dei primi decenni del secolo scorso lo abbiano intuito, così come non è un caso che coloro che li hanno seguiti fin dagli anni cinquanta del Novecento siano andati nella stessa direzione.

C’è un esempio illuminate ad evidenziare questo cammino, ed è il rapporto tra due protagonisti di quel tempo: Agenore Fabbri e Lucio Fontana. Uno concentrato in modo spasmodico sulla figura, l’altro proiettato sulla astrazione più essenziale. il primo testimone costante della drammaticità della terra , il secondo  di un “concetto spaziale” per altro altrettanto tangibile.

Fabbri e Fontana non furono solo grandi amici: nonostante questa apparente diversità di linguaggio furono talmente in sintonia che fu proprio Fabbri ad avere il delicato incarico di ri/conoscere l’autenticità delle opere di Fontana in sua assenza. Compito apparentemente non facile: chi banalizza il lavoro del fondatore dello Spazialismo ritiene che il Gesto di Fontana sia facile, semplice da imitare, ma è esattamente il contrario. Un  gesto che diventa segno è inimitabile, proprio come una firma, senza contare che il Maestro Argentino realizzava  Tagli e Buchi  con una tecnica insieme istintiva e complessa. Istintiva nel momento creativo, estremamente complessa nelle fasi seguenti, destinate alla conservazione dell’opera materializzata, mediante l’uso di cementite composta in modo accurato e segreto, e l’apposizione sul reto di una particolare garza nera destinata a mantenere intatta la spontaneità della lacerazione prodotta  e a dargli profondità di campo.

E’ però nella capacità di  far parlare la materia attraverso la potenza del gesto che si comprende la profonda sintonia tra Fabbri e Fontana. Guardate insieme la ceramica “barocca” di Fontana e l’intero lavoro di Fabbri: parlano la stessa lingua, inimitabile. Molti ad Albisola ( e non solo ) hanno provato la stessa tecnica, restando però impantanati nelle “sabbie della maniera”, senza che si materializzasse “il fascino della materia”.

Sembra che i due amici si siano posti con la medesima intenzione da due punti di visti speculari e complementari rispetto al piano di intervento, ovvero l’opera d’arte. Uno ha agita davanti, entrando per cercare lo spazio assoluto, l’altro di dietro, facendolo irrompere l’azione all’esterno, ma l’intenzione è identica: come per l’Uomo Vitruiviano di Leonardo, consapevole di essere dentro un Mistero più grande con cui si misura esattamente per ciò che è, Fabbri e Fontana ci continuano a proporre attraverso le loro opere quel dialogo essenziale, indispensabile e infinito che fa dell’arte energia vitale per ciascuno di noi. 

Giuliano Arnaldi, Onzo 22 maggio 2022

It is a phrase attributed to Guy Debord, and we already evoked it years ago at Casa Jorn about another great protagonist of the art season, Saba Telli. Fountain.

It can be a real format, as they say today. Matter, like the sign, the shape, the color, the sign, is an alphabetic element of that metaphorical alphabet that has always belonged to the human being, the alphabet that the human being uses to try to govern the Mystery and leave a trace of himself. Neuro sciences tell us that we think of images, and not words, and that it is in their evocation that we are able to communicate with ourselves and with others, precisely through the use of matter, sign, shape, color. The archetypal evidence of such a language is very clear in non-European cultures, and it is no coincidence that the great artists of the first decades of the last century understood it, just as it is no coincidence that those who have followed them since the fifty of the twentieth century have gone in the same direction.

There is an enlightened example to highlight this path, and it is the relationship between two protagonists of that time: Agenore Fabbri and Lucio Fontana. One concentrated spasmodically on the figure, the other projected onto the most essential abstraction. the first constant witness to the drama of the earth, the second to a “spatial concept” which is equally tangible.

Fabbri and Fontana were not only great friends: despite this apparent diversity of language they were so in tune that it was Fabbri who had the delicate task of re-knowing the authenticity of Fontana’s works in his absence. Apparently not an easy task: those who trivialize the work of the founder of Spatialism believe that Fontana’s Gesture is easy, simple to imitate, but it is exactly the opposite. A gesture that becomes a sign is inimitable, just like a signature, not to mention that the Argentine Master made Cuts and Holes with a technique that was both instinctive and complex. Instinctive in the creative moment, extremely complex in the following phases, intended for the conservation of the materialized work, through the use of carefully and secretly composed cementite, and the affixing on the back of a particular black gauze intended to keep intact the spontaneity of the laceration produced and to give it depth of field.

However, it is in the ability to make matter speak through the power of the gesture that we understand the profound harmony between Fabbri and Fontana. Look at Fontana’s “baroque” ceramics and the entire work of Fabbri together: they speak the same, inimitable language. Many in Albisola (and not only) have tried the same technique, remaining however bogged down in the “sands of the manner”, without materializing the “fable of matter”.

It seems that the two friends have set themselves up with the same intention from two points of view that are mirroring and complementary to the intervention plan, that is the work of art. One acted in front, entering to seek absolute space, the other from behind, causing it to break through the action outside, but the intention is identical: as for Leonardo’s Vitruivian Man, aware of being inside a more mysterious mystery. great with which he measures himself exactly for what he is, Fabbri and Fontana continue to offer us through their works that essential, indispensable and infinite dialogue that makes art a vital energy for each of us.

Giuliano Arnaldi, Onzo 22,  May 2022

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