dialoghi tribaliglobali: Henry Moore, Moba, Tell Halaf / global tribal dialogues: Henry Moore, Moba and Tell Half cultures.





Henry Moore, Stonehenge.1973 Litografia  H 455 mm L 483 mm firmata in basso a destra: Moore

Osservate le sculture di Henry Moore. Raramente la forma è stata svelata e celebrata in modo così monumentale. Raramente una scultura si è integrata in modo così naturale nel paesaggio fino a farne parte, rivelandone una essenza misteriosa che rende colline, alberi, cielo, nuvole , onde, qualcosa di più di semplici elementi naturali. Liquefare la figura umana fino a portarla ad uno stato apparentemente semi solido, e farlo usando materie solidissime come la pietra e il bronzo, è la cifra mistica del lavoro di Henry Moore. E’ come se l’Artista inglese ci dicesse “ vedete, siamo fatti della stessa materia della natura, e ne evidenziamo l’essenza misteriosa “: un altro grande Inglese a questo proposito sosteneva che siamo fatti della stessa materia dei sogni…. Non è un  caso che l’origine della creazione – una Madre e suo Figlio – siano soggetto centrale nella ricerca dell’Artista. L’origine Irlandese del padre – ingegnere minerario – , l’aver vissuto in una città mineraria deve aver lentamente ed inesorabilmente plasmato il particolare punto di vista di Moore sulla natura, ed è sorprendente il fatto che egli sia comunque riuscito a vedere  in quel mondo una dimensione limpida, nonostante la presenza di un  grigiore oscuro, imponente ed invadente. La chiave di lettura del lavoro dell’artista è probabilmente l’avere osservato ed interiorizzato il potente messaggio archetipico dei linguaggi delle arti extraeuropee, americane ed africane, l’averne colto il nesso essenziale  con opere antiche di millenni ma attuali in ogni tempo ed in ogni luogo. L’alfabeto delle forme è lo stesso, senza soluzione di continuità, tra il caos apparente della natura, la memoria di antichi linguaggi estetici, le sculture di Moore. Appare evidente la profondità delle conoscenze teoriche di Moore circa la storia dell’arte e della filosofia antica, occidentale ed extraeuropea: si pensi ad esempio al concetto di coscienza-deposito – ālayavijñāna – nel pensiero YOGĀCĀRA, corrente filosofica del buddismo Mahāyāna, che ritiene che ad esistere realmente sia solo una coscienza-deposito, in cui vengono a depositarsi le tracce di tutte le idee e azioni passate, le quali costituiscono, a loro volta i semi di tutte le azioni e idee future nel Samsara, il ciclo senza inizio . Oggi le neuro scienze ci consentono di sapere che #pensiamoimmagini, e che chi nei tempi passati intuì l’evidenza archetipica dei linguaggi dell’arte e la sua connessione attiva con l’agire quotidiano – come fece Henry Moore e come continua a fare la Fondazione ad egli intitolata mediante una costante presenza dell’impegno artistico nella concretezza della vita di ogni giorno- non fu sono splendidamente visionario. ma soggetto concretamente ancorato all’essenza più autentica dell’essere umani. 

Nei limiti di ciò che siamo ( e che siamo in grado di mettere in campo…) vi proponiamo  il dialogo tra alcune opere grafiche di Herny Moore e opere di altri tempi e altri luoghi, presenti anch’esse nella collezione permanente Tribaleglobale. Le suggestioni erano molte, ma abbiamo scelto le sculture in legno dei Moba ( Ghana, Togo, XX secolo) e le piccole figure in terracotta della cultura di Tell Halaf, provenienti dall’area Mesopotamia e risalenti circa al V millennio prima di Cristo. Il soggetto stesso delle opere grafiche di Moore ( Stonehenge) dichiara  l’appartenenza dell’Artista ad un mondo presente in ogni tempo e in ogni luogo, ed  una precisa, originale ed attualissima visone della funzione dell’arte : dice l’Artista: “Disapprovo l’idea secondo cui l’arte contemporanea sarebbe un atto di fuga dalla realtà.Il fatto che l’opera d’arte non abbia come scopo la riproduzione fedele delle sembianze della natura non è motivo sufficiente per ritenere che essa sia uno strumento di evasione dal mondo e dalla vita: al contrario, è proprio attraverso l’arte che è possibile addentrarsi ancor più profondamente nella vita stessa.” E ancora:  “ L’arte non è un sedativo o una droga, né un semplice esercizio di buon gusto, e neppure un abbellimento della realtà con piacevoli combinazioni di forme e di colori; è invece una espressione del significato della vita e un’esortazione a impegnarvisi con sforzi ancora maggiori”.

See sculptures by Henry Moore. Rarely has form been unveiled and celebrated in such a monumental way. Rarely has a sculpture integrated so naturally into the landscape to the point of becoming part of it, revealing a mysterious essence that makes hills, trees, sky, clouds, waves, something more than simple natural elements. Liquefying the human figure to the point of bringing it to an apparently semi-solid state, and doing so using very solid materials such as stone and bronze, is the mystical essence of Henry Moore's work. It is as if the English artist told us "you see, we are made of the same material as nature, and we highlight its mysterious essence": another great Englishman in this regard claimed that we are made of the same material as dreams…. It is no coincidence that the origin of creation - a Mother and her Son - are the central subject in the artist's research. His father's Irish descent - a mining engineer - and having lived in a mining town must have slowly and inexorably shaped Moore's particular view of nature, and it is surprising that he still managed to see into that world a clear dimension, despite the presence of a dark, imposing and invasive greyness. The key to understanding the artist's work is probably having observed and internalized the powerful archetypal message of the languages ​​of non-European, American and African arts, having grasped the essential connection with works that are thousands of years old but current in every time and in everywhere. The alphabet of shapes is the same, seamless, between the apparent chaos of nature, the memory of ancient aesthetic languages, Moore's sculptures. The depth of Moore's theoretical knowledge about the history of art and of ancient Western and non-European philosophy is evident: think, for example, of the concept of deposit-consciousness - ālayavijñāna - in YOGĀCĀRA thought, the philosophical current of Mahāyāna Buddhism, which believes that to really exist is only a consciousness-deposit, in which the traces of all past ideas and actions are deposited, which in turn constitute the seeds of all future actions and ideas in Samsara, the cycle without beginning. Today the neurosciences allow us to know that we #thinkimages, and that those who in the past intuited the archetypal evidence of the languages ​​of art and its active connection with daily action - as Henry Moore did and as the Foundation continues to do named after him through a constant presence of artistic commitment in the concreteness of everyday life- I was not splendidly visionary. but a subject concretely anchored to the most authentic essence of being human. Within the limits of who we are (and what we are able to put into play…) we offer you the dialogue between some graphic works by Herny Moore and works from other times and other places, also present in the Tribaleglobale permanent collection. There were many suggestions, but we chose the wooden sculptures of the Moba (Ghana, Togo, 20th century) and the small terracotta figures of the Tell Halaf culture, coming from the Mesopotamia area and dating back to around the 5th millennium BC. The very subject of Moore's graphic works (Stonehenge) declares the Artist's belonging to a world present in every time and in every place, and a precise, original and very current vision of the function of art: the Artist says: " I disapprove of the idea that contemporary art is an act of escape from reality. The fact that the work of art does not have the faithful reproduction of the features of nature as its purpose is not sufficient reason to believe that it is an instrument of escape from the world and from life: on the contrary, it is precisely through art that possible to go even deeper into life itself.” And again: “Art is not a sedative or a drug, nor a simple exercise in good taste, nor an embellishment of reality with pleasant combinations of shapes and colors; instead it is an expression of the meaning of life and an exhortation to commit ourselves to it with even greater efforts”.

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